Mentre ci si continua – quasi ogni giorno – a scandalizzare per la poca presenza delle donne nelle rose dei candidati, prima alla presidenza del Repubblica, ora nel governo, c’è chi cerca di cambiare strategia, nel smettere di chiedere e di provare a “occupare” posizioni, fondando un proprio partito, solo di donne, e preparandosi ai prossimi appuntamenti elettorali. È Alessandra Servidori, consigliera nazionale di parità che ha già registrato il proprio partito, Tutte per l’Italia. Si sta costruendo la rete sul territorio, e un primo incontro si terrà il 7 maggio a Roma, “per presentarsi alle prossime scadenze elettorali con un potere contrattuale, dicendo: ho queste persone brave, voglio che vadano lì, io faccio da garante” spiega.
«Non è una situazione emergenziale ma strutturale, le vostre istanze sono le mie, non è più possibile continuare come se nulla fosse». La presidente della Camera Laura Boldrini, incontra le associazioni femminili che si occupano di violenza di genere, contro le donne, alla Casa internazionale delle donne di Roma. Sono le associazioni firmatarie della Convenzione No More, nata per promuovere azioni concrete nei confronti delle istituzioni per combattere la violenza contro le donne. Una violenza, che può arrivare al femminicidio, l’uccisione da parte del partner o ex, di cui ci sono dati scarsi, raccolti solo dalla casa delle donne di Bologna in modo empirico, dalle notizie di cronaca e che le associazioni, non mancano di sottolineare, mentre espongono il problema.
(Public Policy) – Roma, 24 apr – (di Laura Preite) Un
centinaio di consigliere di parità che controllano e
conciliano i casi di discriminazione di genere sul lavoro in
ogni provincia. Sono capeggiate da Alessandra Servidori,
consigliera nazionale di parità dal 2008 e docente alle
università di Bologna e Modena. Vive sotto scorta da quando
collaborava con Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle
Nuove Br nel 2002. Le minacce non sono mai cessate.
La incontriamo mentre ha organizzato a Roma un seminario di
formazione per le consigliere, ospitato all’Inail.
L’attività antidiscriminatoria è finanziata da poco più di 1
milione di euro all’anno: “ci hanno tagliato molte risorse -
commenta Servidori – il nostro non è un lavoro, è un
mandato, ciascuna di noi fa anche altro”, spiega.
«Dalle statistiche sulle cause di morte ci accorgiamo che il numero dei femminicidi è inchiodato non si riesce a intaccarlo, questo vuol dire che è un fenomeno strutturale al Paese e servirebbero politiche costanti, di lungo periodo». Con questo appello Linda Laura Sabbadini, direttore dipartimento per le statistiche sociali ed ambientali dell’Istat descrive i numeri della violenza di genere durante il convegno “La dura realtà del femminicidio espressione del potere diseguale tra uomini e donne” organizzato dall’Enea a Roma venerdì scorso. La stessa Sabbadini chiarisce il quadro: «Non può essere una campagna di sensibilizzazione a risolvere il problema, i femminicidi sono solo l’iceberg, la violenza contro le donne è molto più ampia». È la stessa richiesta che fanno i centri antiviolenza da anni, inascoltati, e che i finanziamenti siano costanti per quelle strutture che accolgono le donne che scappano da un legame violento e che può facilmente ucciderle.
Quando è troppo è troppo. Prendersela con una diciannovenne perché si fa fotografare con le tette di fuori non è accettabile. Due scritte in arabo sulla pancia non possono condannarla a morte. Chi si eleva sopra la morale individuale, lanciando condanne di morte, chi ha paura del seno nudo di una diciannovenne, ha solo paura delle donne e le vuole ricacciare nel buio. Amina non si trova e potrebbe essere ovunque, rapita, in pericolo. È una simpatizzante del movimento Femen e vive in Tunisia. L’Atlantic scrive che è internata dalla sua stessa famiglia in un ospedale psichiatrico.
